1. La linea di rottura non va ricercata tra i Celti Insubri.
E’ con l’avvento dei Romani che l’immensa foresta padana
di querco-carpineto subisce un attacco deciso. I Romani
praticano uno sconvolgimento tale nell’assetto ecologico
delle terre di pianura da trovare paragone solo nella rivoluzione
industriale. Il disboscamento avanza al ritmo della centuriazione,
anche se l’alta pianura, meno produttiva, rimane ai margini
di questo processo. Il territorio è suddiviso in
lotti regolari delimitati da strade, sentieri e canali di
irrigazione. Paludi e acquitrini vengono in parte bonificati.
I lotti sono assegnati agli ex soldati o ai coloni che avviano
lo sfruttamento agricolo. In qualche modo però le
aree coltivate creano nuovi ambienti semi-naturali. E’ probabile
che proprio in quei secoli si diffondano specie di mammiferi
e uccelli non adatti all’habitat della foresta, ma a proprio
agio nei nuovi ambienti aperti della campagna coltivata.
2. Disboscamento a parte, l’età classica e tardo
antica non lasciò tracce evidenti nel territori
attorno al Lago di Varese. Vi è da supporre che,
come altrove, il crollo dell’impero romano abbia significato
una contrazione delle aree coltivate, del fervore economico
e degli scambi. Le guerre e i saccheggi che seguirono
fossilizzarono la situazione per lungo tempo. Il Mille
si lasciò alle spalle secoli di invasioni di popolazioni
barbariche, di Longobardi e Franchi e dette il via alla
rinascita di cui furono protagonisti i comuni e i monasteri.
Tra questi, il Chiostro di Voltorre e la Badia di Ganna
giocarono un ruolo di primo piano nel contenimento dell’antico
culto ariano e nel controllo del territorio verso i valichi
alpini. Centri economici oltre che religiosi, i monasteri
diedero impulso all’agricoltura da cui traevano rendite
consistenti. Ne sia esempio la torbiera del Pralugano
di Ganna, bonificata a fini agricoli dei monaci della
Badia.
3. Nell’economia rurale di questi luoghi anche la pesca
rappresenta un elemento di continuità che dalla
preistoria giunge ai nostri giorni. A Cazzago Brabbia,
tre ghiacciaie settecentesche per la conservazione del
pesce danno l’idea dell’importanza delle risorse ittiche
del Lago di Varese. Il pesce del Lago arrivava nei mercati
lombardi e piemontesi. Si trattava di merce preziosa,
tanto che già gli spagnoli, nel Seicento, emisero
grida affinché parte del pescato raggiungesse in
via prioritaria Milano. Le ghiacciaie di Cazzago sono
uno splendido esempio di un epoca in cui anche gli edifici
legati alle attività produttive erano realizzati
in modo da inserirsi nel contesto architettonico e ambientale
con una spontaneità che oggi pare disarmante. Le
tre giazzér sono poste a nord, e costruite su pozzi
riempiti con neve e ghiaccio prelevato del lago. Il pesce
veniva conservato anche nelle stagioni calde, riposto
sopra graticci di canne di lago in attesa di essere venduto
sui mercati.
4. L’economia rurale non era portatrice di sprechi. Lo
si deduce anche da una preziosa descrizione che ci viene
da un profondo conoscitore delle terre del Lago e della
palude. Si tratta del Quaglia, notabile del luogo che
a fine Ottocento ci regala questa dettagliata fotografia
del territorio: “I monti, in quanto ai prodotti sono coperti:
alle cime da pascoli, eccetto alcune pizze semi nude;
alle coste da alberi chiomati e da boschi cedui; alla
base da ronchi, a vite e grano, come lo sono le amene
e consecutive colline. Le pianure e le convalli… sono
ubertosissime in granaglie ed in praterie. Estesa ed intensiva
è pure la coltivazione del gelso…”. Anche la vegetazione
spontanea del lago era economicamente rilevante: “Quasi
tutte le spiagge del Varese fino all’altezza d’acqua m.
4 sono con rigogliosa produzione: a così detti
canniroli: a ninfee: a cannette per tavole bigatti, stuoie
da plafonare: a tife latifoglie, dette spadoni, che potrebbero
produrre pasta da carta… lische in bordo e lische bindelline
sott’acquee…”